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La Società dello Spettacolo


When Love Comes to Town (Racconto)

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Per fortuna che la storia che stiamo per raccontare si è svolta circa duecento anni dopo
gli ultimi roghi che si accesero nella civile Europa per bruciare le streghe, in Polonia e
Svizzera nel 1793, e per quanto riguarda l’Italia, nell’oscura Sicilia del 1788, cioè solamente
novant’anni dopo la nascita di Voltaire. Solo questa fortunata collocazione temporale ha
evitato un epilogo cruento, per quanto le invocazioni alla morte, seppur figurata, non
mancarono in questa tumultuosa vicenda. La contemporaneità inoltre ci impedisce di utilizzare
l’espressione “Possessione Diabolica” a favore di una più pragmatica “Psicosi Collettiva”.
Il fenomeno colpì la popolazione femminile di un piccolo paesino arroccato sulle Madonie
sfociando in quello che Aldous Huxley nel libro “I Diavoli di Loudun” definì ,con una felicissima
espressione: “Furore Uterino”
Così come le più distruttive valanghe possono nascere da banali palle di neve che rotolano a
valle, allo stesso modo il fato utilizza messaggeri inconsapevoli e di basso profilo per
annunciare grandi stravolgimenti. Toccò infatti al postino aprire le porte del paese
al “Demonio”. Caltavuturo si trova a circa ottocento metri di altezza sul livello del mare,
domina una verde vallata di pascoli e giace al riparo di una rupe di arenaria rosa che prende il
nome di “Rocca di Sciara”. Puntando un compasso sulla piazza centrale e aprendo il raggio di
30 Km, dentro il cerchio non cade praticamente nulla se non erba, alberi di ulivo, pecore, ovili,
balle di fieno e un piccolo gomito dell’autostrada A19 Palermo-Catania, il capoluogo, e tutte le
sue gioie consumistiche, dista appena 100Km di autostrada più 13Km di tornanti di montagna
sulla dissestata strada provinciale. I fatti che narriamo risalgono all’epoca del monopolio
televisivo della RAI , per cui si può ben immaginare che gli svaghi a disposizione della
popolazione fossero veramente pochi. Nessun cinema, nessun teatro, niente sport, solo il
circolo ricreativo dell’associazione nazionale partigiani, (anche se a dire il vero il contributo alla
Resistenza di Caltavuturo fu di fatto nullo) dove una popolazione tassativamente maschile di
pensionati con la coppola ben calcata sulla testa scaldava delle sedie di legno ormai usurate
dal tempo. Per le donne non c’era nulla, se non la messa della domenica mattina e qualche
chiacchiera frettolosa all’uscita della chiesa prima di andare a riprendere possesso dei fornelli
sotto la pressione del rituale pranzo della Domenica. Non vi era neanche il brivido del rischio,
in paese si conoscevano tutti, gli uomini erano dei mansueti animali da lavoro, non c’erano
vizi, non era certo Palermo che pullulava di taverne e dove non era raro incontrare ubriaconi o
esagitati a spasso per i vicoli o, peggio ancora, marinai di passaggio in cerca di emozioni;
anche le passeggiate solitarie erano dunque a basso contenuto di adrenalina. Nonostante
questo grave isolamento la modernità stava lentamente filtrando, scavando come una goccia
carsica il granito delle tradizioni. Grazie alle vendite a cambiali le lavatrici erano ormai
comparse in tutte le case, e aldilà di tutte le belle idee progressite, fu questo elettrodomestico
che cominciò a regalare del tempo libero alle donne, e che piaccia o no, fu più decisiva la
Indesit di Simone de Beauvoir. Gli uomini lavoravano tutto il giorno nei campi come dei somari
per pagare le cambiali che avrebbero finanziato il crollo del loro millenario dominio patriarcale.
Anche il livello di istruzione era notevolmente cresciuto ed un nuovo svago, apparentemente
tranquillo, andava ad allietare il neonato tempo libero delle abitanti, la lettura. Purtroppo in
paese di librerie neppure l’ombra, se non una mini edicola annessa al tabbaccaio che vendeva
unicamente: Giornale di Sicilia, Settimana Enigmistica, qualche rivista scandalistica e i vari
manuali su come vincere tutte le settimane al lotto. La prima ad aggirare il problema fu
Antonietta strappando al marito, che in realtà non aveva capito quasi nulla della richiesta,
un’iscrizione promozionale gratuita al Club degli Editori. Il funzionamento era semplice: ogni
mese per posta arrivava una rivista catalogo con la proposta di due libri, che sarebbero
comodamente arrivati a casa e che potevano essere pagati al postino in contrassegno. Nessun
obbligo eccetto di ricordarsi di spedire indietro, entro il 15 del mese, un tagliandino, nel caso
non si volesse acquistare nessun libro o cambiare quelli proposti. Antonietta lo disse a Maria
che passò la voce a Crocifissa e poi via via ad Assunta, Liboria, Grazia e Mariarosa, che in
realtà di battesimo faceva Barbara, ma era stata rinominata dai genitori perchè il suo vero
nome suonava lascivo. In pochi mesi l’arrivo del furgone postale era diventato l’evento più
atteso dalla popolazione femminile, non mancarono però fin dall’inizio dei problemi: la madre
di Barbara, cioè di Mariarosa, vedeva come un’ onta insopportabile il pagamento in
contrassegno, un uomo che arrivava a bussare a casa, e che esigeva una somma di denaro gli
sembrava un presagio di sventure: debiti, ufficiali giudiziari, grane e, non senza un
fondamento di ragione, detestava quel debito che si contraeva con la formula del silenzioassenso,
tutte le volte era una scenata, si sentiva per il vicolo risuonare la parola “disdetta”.
Ripeteva continuamente alla figlia: “Devi fare la disdetta, devi fare la disdetta” e chi passava
vicino alle loro persiane verde lucido pensava che quella parola fosse utilizzata nel senso di
sciagura, disgrazia, visto il tono drammatico. In altre case le forze della reazione si limitavano
a scaramucce molto blande:
“Tutti questi libri”
-diceva la madre di Crocifissa, piegando appena la bocca sdentata-
“porteranno polvere in casa”
Il venti di Settembre di quell’anno fu uno di quei giorni che cominciano già a farsi notare dalla
mattina, per quell’aria incredibilmente tersa a dispetto dell’autunno che sta per arrivare, quegli
sprazzi di cielo azzurro e sguarnito, spazzato da nubi scure e dense come sbuffi di camino che
scorrono velocissime ad altissima quota. Arrivò l’attesissimo furgone della posta, questa volta
consegnò un libro diverso dai soliti Piero Chiara, Carlo Cassola e Luca Goldoni.
La lotteria del silenzio-assenso aveva sbancato, nelle case di Antonietta, Maria, Crocifissa,
Assunta, Liboria, Grazia, Mariarosa e tutte le altre, irruppe, nella suo dimesso involucro di
cartone piegato, il “Delta di Venere” di Anais Nin.
All’inizio fu curiosità per il titolo poco chiaro, cos’era quella parola para-scientifica “Delta”?
Venere doveva avere a che fare con la storia, o con quei monumenti che c’erano laggiù ad
Agrigento, poi dopo l’assaggio dei primi capitoli fu silenzio, un silenzio cimiteriale, le donne del
paese avrebbero preferito morire piuttosto che lasciarsi scappare qualcosa sui primi dettagli
di quel libro maledetto. La messa della Domenica successiva entusiasmò il parroco, mai aveva
visto nelle fedeli uno sguardo così contrito e umile come in quel caso, ingenuamente pensò
di essere riuscito nella missione della sua vita, scuotere quella fervente ma al tempo stesso
indifferente religiosità della sua parrocchia. Ma mentre il prete sognava, la realtà cominciava
a schierare le sue truppe al fronte. La Tariffa Urbana a Tempo, con il suo triste carico di
razionale parsimonia, non era ancora nata, e al mattino, quando gli uomini erano fuori nei
campi, sembrava che tutto il traffico telefonico del pianeta si innervasse sotto il suolo roccioso
di Caltavuturo, era meglio riferirsi e condividere i passi più scabrosi in questo modo che
affrontare il pericolo di una conversazione sulla pubblica piazza. E così Liboria con Assunta al
telefono..
“.. Pensò che era come la foglia dell'albero della gomma con il suo latte segreto che la
pressione delle dita poteva far uscire, la mistura odorosa che assomigliava a quelle delle
conchiglie marine. Così era Venere, nata dal mare, con dentro questo piccolo chicco di miele
salato, che solo le carezze potevano far uscire dai recessi nascosti del suo corpo.. “
E ancora Grazia chiamando Mariarosa:
“….tremava sotto la forza delle sue mani. Ormai era tutta nuda, salvo per la pesante cintura
d'argento. E solo allora lui la fece sdraiare sul letto e la baciò interminabilmente, con le mani
sui suoi seni. Ella sentì il peso doloroso sia della cintura d'argento che delle mani di lui che
le premevano forte la carne nuda. La sua brama sessuale le stava dando alla testa, come
una follia, accecandola. Era così urgente che non poteva aspettare. Non poteva aspettare
nemmeno che lui si svestisse. Ma Antonio ignorò i suoi movimenti di impazienza. Non solo
continuò a baciarla come se stesse bevendole tutta la bocca, la lingua, il respiro, risucchiandolo
nella sua grande bocca scura, ma le sue mani la dilaniavano, si immergevano a fondo nella sua
carne...”
Questa nuova buona novella che si diffondeva nel paese cominciò ad uscire dai limiti delle
fantasie delle donne per traboccare nella vita quotidiana. Per prima cosa, cominciava
inesorabilmente a disperdersi l’insieme dei segni che creava il mito dell’angelo del focolare,
le case perdevano il loro usuale nitore, i pasti erano sempre più sbrigativi, si registravano già
alcuni scoppi d’ira dei mariti che non riuscivano a spiegarsi tutta questa trasandatezza. Non
sapevano infatti che per le loro mogli non esisteva più il tempo per le faccende domestiche
ma solo una compulsiva corsa a scambiarsi impressioni a parlare di questo o di quel passo,
a leggere e rileggere incredule i momenti più audaci della vita dei bohemienne parigini, a
costruirsi fantasie, ad osare col pensiero. Se non si vuole essere moralisti fino alla menzogna
con se stessi, bisogna dire che non esistono al mondo fantasie che uno prima o poi non cerca
di realizzare, così in poco tempo, le buie notti contadine del paese cominciarono ad incendiarsi.
Le mogli per la prima volta sfidavano e superavano in iniziativa i mariti. Gli inamovibili muri a
secco delle case sembravano scricchiolare sotto i colpi di una esplosiva frenesia sessuale che
si diffondeva in ogni vicolo, nelle notti senza luna sembrava addirittura che tutta quell’energia
nelle camere da letto creasse un riverbero notturno che illuminava le strade. Gli uomini nei
campi, al mattino, si guardavano in silenzio studiandosi a vicenda, da una parte, come è
naturale, erano contenti, dall’altra gravava su di loro il peso dell’incubo sociale:
“sono solo io il fortunato?” si chiedeva ognuno
“e se si, perchè giusto mia moglie e non quella degli altri?”
E sempre più giù fino al girone più profondo dell’inferno morale:
“e dove ha imparato tutte queste cose all’improvviso? E se le facesse con altri perchè io non gli
basto più?”
A metà Ottobre ogni dubbio fu fugato, per quanto si mantenesse formalmente il segreto, la
presenza di questa malattia dell’amore era di dominio pubblico. Senza più ritegno, dopo che le
persiane si chiudevano al tramonto, il paese si muoveva all’unisono come un enorme macchina
industriale a ciclo continuo. Gli uomini, animali da soma di giorno, non si trasformavano di
certo in leoni di notte, continuavano ad “obbedire”, questa volta ai desideri delle mogli, più
per l’abitudine ad essere travolti dagli eventi che per una reale apertura verso le novità. Gli
occhi di alcuni di loro cominciavano ad essere cerchiati da un alone bluastro, 10 ore sui campi
e 4 nel’alcova si facevano sentire. Sul selciato delle stradine si sentiva soltanto riecheggiare
il passo astioso e grave degli esclusi: scapoli, zitelle, anziani, e chiunque che per palesi o
misteriose alchimie si fosse trovato fuori dai giochi. Mentre la massa si annebbiava in una nube
di godimento, pochi mettevano sempre più a fuoco l’invidia e il rancore, accumulandoli giorno
dopo giorno come una catasta di pietra fredda e nera.
Tutte le grandi rivoluzioni, tutte le nuove idee, avanzano come motoscafi fino a che non si
scontrano inevitabilmente contro tre scogli: i soldi, la morale e la religione, e bisogna che si
scontrino con tutti e tre visto che questi picchi aguzzi e insidiosi sono solo la parte emersa
di un’unica cresta rocciosa. Al Parroco per l’appunto prudevano la mani, ma poteva fare
poco, tutto quello che sapeva, e sapeva parecchio, veniva dal segreto del confessionale, gli
occorreva una scintilla dal braccio secolare. Arrivò così la chiusura della vendemmia, i risultati
furono disastrosi, raccolto pessimo, piante morte, e in massima parte per negligenza dei
contadini, era infatti ormai consuetudine che dopo le fatiche della notte i braccianti cercassero
ogni occasione per interrompere il lavoro e sedersi sotto l’ombra dei platani per riposarsi e
ruminare un tozzo di pane, due cipolline, e qualche acciuga di rinforzo prima di riprendere il
badile in mano, da lontano sembrava tutto un idillio tirato fuori da un quadro di Segantini o di
Pellizza da Volpedo ma nella realtà stavano dissodando la rabbia del Barone Macrì padrone di
quel feudo al quale era arrivata voce delle prodezze che si svolgevano in paese.
La prima ambasciata tramite uno dei suoi la mandò ovviamente al prete, perchè si prendesse
addosso il peso della moralità del paese:
“Padre, qui ormai se ne parla in tutta la Sicilia, sta vergogna deve finire, noi tutti adulti siamo,
facciamo quello che dobbiamo fare, poi ci confessiamo e Dio perdona tutti, ma ai bambini? Chi
ci pensa ai bambini? Dove vogliamo arrivare? Che poi si dovranno cambiare il paese di nascita
dalla carta d’identità per la vergogna? Sua eccellenza il Barone è incazzato forte!”
A quelle parole il parroco impallidì e anche se non sapeva cosa fare disse: “Riferite a sua
eccellenza che farò di tutto per riportare la situazione nella Grazia di Dio. Ma il peggio per
il povero prete doveva ancora arrivare, la Domenica successiva la chiesa era praticamente
vuota, quei pochi dell’invidia e del rancore sembravano essere rimasti gli unici ad avere un
minimo di timore Dio. La marea erotica aveva rotto il santissimo argine della Domenica e
aveva invaso il tempo libero sottratto ai doveri del buon cristiano. Fu lì che esplose il malumore
represso da settimane, in testa a tutti a capeggiare ed aizzare l’esercito della Santafede la
madre di Barbara, che non paga di aver mortificato la figlia cambiandole il nome voleva adesso
riportare l’ordine in paese. Si alzò in piedi e andò vicino al parroco:
“Una vergogna, una vergogna, un’infamia, quì abbiamo sempre cresciuto figli e gente per
bene, il paese era tranquillo fino all’arrivo di quel demonio in carta stampata”
Alla parola “demonio” pronunciata dentro la chiesa, il prete ebbe un sussulto:
“Svergognate, ve lo dico io come si vive da persone in grazia di Dio”
Mentre parlava, si batteva ritmicamente il grembo, con le mani rugose, quasi a darsi il passo,
dal pesante vestito in flanella nera si alzavano degli sbuffi di polvere.
“Io posso parlare! Io che da una vita so che cos’è la penitenza e il timore!”
Con un gesto inprovviso sciolse un nodo che aveva dietro la schiena e che chiudeva un drappo
nero che all’altezza della cintola fungeva da tascapane, da quella borsa mimetizzata tirò fuori
una serie di oggetti, almeno una ventina di piccoli dischetti scuri del diametro di una moneta,
leggermente bruciacchiati ad una estremità e con una punta fatta di un qualche tessuto,
canapa o lana.
“Sapete cosa sono questi? Sapete cosa sono questi?”
Urlò retoricamente ai presenti:
“Questi sono mozziconi di candela! Una candela per ogni anno, una candela per ogni Venerdì
Santo, così come mi insegnò la mia povera mamma. Da quando avevo dodici anni, dopo ogni
processione della Santissima Passione conservo il mozzicone della candela che porto cantando
le lodi, lo conservo perchè tutti questi mozziconi, mi disse la mia mamma, saranno con me
nella mia bara a proteggermi e a vegliarmi.
Li tengo con me in una scatola di legno scuro in camera da letto così da poterli guardare e
ricordare quando, per sventura, il demonio mi tenta!”
Il Prete giunse le sue mani, anche se non si capiva bene se in gesto istintivo di preghiera o di
disappunto per quelle esagerazioni, alla folla degli esclusi quel richiamo magico e tribale della
vecchia fu più che sufficiente per dar fuoco alle polveri.
“Basta con queste porcate di libri, andiamoli a prendere casa per casa!”-Si sentì urlare.
In un secondo quel gruppo si trasformò in una turba facinorosa che si organizzava sul sagrato
della chiesa, il parroco con voce flebile invitò alla mitezza, ma si sentì una gelida mano sulla
spalla e l’alito di uno scagnozzo del Barone Macrì dietro l’orecchio:
“Li lasci fare che è meglio per tutti!”
Il pogrom contro Anais Nin ebbe inizio, i volenterosi bussavano casa per casa, minacciando
l’inferno, lanciando accuse e svergognado le poverette sulla pubblica piazza, facendosi
consegnare il libro. Le donne del paese piangevano disperate augurandosi di scomparire o
di morire per non dover sopportare la pubblica gogna, pochissime opponevano resistenza. I
mariti, che in fondo furono beneficiari di quella inaspettata rivoluzione sessuale, si schierarono,
come erano da secoli abituati a fare, con il più forte, voltando le spalle alle loro mogli ed
intimandogli di tornare ai loro doveri domestici e di dimenticare per sempre la lettura. Nella
notte ci fu pure un rogo purificatore dei volumi mentre da ogni casa si levavano singhiozzi
sommessi. Entro la settimana successiva ventisette abbonamenti al Club degli Editori furono
chiusi con grande sorpresa del direttore commerciale della casa editrice. Persino il furgone
della posta si beccò qualche sassaiola esorcizzante. Nel giro di qualche mese la pace e la
tradizione furono ristabilite. Il Parroco chiese ed ottenne il trasferimento a Catania per fare
un oscuro lavoro di amministrazione alla Curia, l’armonia bucolica dei contadini tornò a
rifiorire con la primavera con grande gioia del Barone Macrì. Il progresso però è innarrestabile,
solo che la prima volta si presenta come un vento fresco di libertà che scompagina tutto,
alla seconda apparizione si fa più furbo, diventa un archibugio nelle mani del potere. Infatti
all’inizio dell’estate successiva, non era raro vedere gli uomini sul tetto delle case a sistemare
le antenne, era finito il monopolio delle TV di Stato, come cercatori d’oro giravano le antenne
alla ricerca dei canali UHF 48 e UHF 34 della neonata TV Palermitana TELESAKURA, il Martedì
sera trasmettevano VideoTabù, spogliarello di signore “per bene” Palermitane in cambio
della vittoria di una pelliccia e grazie alla protezione di un cappuccio di seta nera sul volto. Il
venerdì a mezzanotte poi era l’ora del porno di importazione tedesca. L’erotismo era tornato
in paese, ma nella sua forma più tristemente industriale e conservatrice. Addio Anais Nin in
brossura, iniziava l’epoca d’oro, anzi di plastica, del VHS.


Tutti all'Apple Store e qualche riflessione sulla democrazia

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La foto che gira su internet e che mette in impietoso paragone la follia consumistica di un’Italia che fa le code per acquistare un cellulare che può costare anche 950 euro, quando la disoccupazione giovanile è al 25% ed una Spagna che invece si mobilità per cacciare il governo Rajoy, non lascia scampo ad alcuna speranza e attanaglia in una morsa di gelo pochi secondi dopo una inevitabile risata amara. Eppure bisogna fare uno sforzo, vincere la comodità di rapidi sillogismi, ed immaginarsi che l’atteggiamento italiano è probabilmente il più corretto ed è quello politicamente più maturo, date le condizioni al contorno. Le “condizioni al contorno” sono appunto, fondamentali. Nonostante quello che appare scontato, il tessuto sociale italiano ha sviluppato un nichilismo politico assolutamente adeguato ai tempi ed al sistema di organizzazione dell’economia e della società ormai dominante. Dal punto di vista dell’ethos romantico, l’impulso della piazza spagnola è encomiabile, ma a quale azione risolutiva potrebbe portare? Cosa cambierebbe la caduta del governo Rajoy e l’insediamento di un nuovo esecutivo eletto, magari a prevalenza socialista, e con vocazione meno tecnica? Nulla, la morsa dei mercati non lascerebbe scampo, le stesse manovre di austerità sarebbero mantenute, se non peggiorate dal nuovo governo a meno che i cittadini spagnoli non scelgano in massa di uscire dall’economia di mercato e transitare in un sistema economico pianificato, ma questo non avverrebbe mai. Nessun indignados è indignados abbastanza da scegliere di vivere in un paese che diventi la Cuba d’Europa, con le frontiere isolate, la penuria di alcuni prodotti, l’esclusione dalla giostra dei consumi e soprattutto da quel gratificante status che si chiama membership del “Mondo Occidentale” o se volete chiamarla così: “Società Civile”. Quello che i maturi e navigati Italiani hanno perfettamente compreso è che questo sistema è inemendabile, che un insieme di contrappesi è rimasto in piedi per pure ragioni strategiche durante la Guerra Fredda ma che ormai la valanga è inarrestabile. Anche l’idea di democrazia ne esce totalmente stravolta; il governo tecnico non eletto, che sembra ad alcuni uno scandalo è, purtroppo, il punto di arrivo ineluttabile di un lungo percorso di svilimento delle peculiarità democratiche. Persino nell’area riformista i nuovi dogmi sono l’efficienza, lo snellimento, la sacrale (ed arbitraria/discriminatoria) “Meritocrazia”, cioè una spinta inarrestabile verso criteri di gestione della vita comune affini alle teorie di gestione aziendale e permeate dall’ossessione per la misurabilità. Cosa è un Parlamento nella percezione comune oggi? Per la destra è una zavorra alla bramosia di potere che non vuole limiti, per la sinistra riformista (l’unica che viene considerata degna di attenzione) è l’emblema dell’inefficienza e della farraginiosità della macchina statale infine per l’antipolitica è la trincea di un manipolo di corrotti da stanare baionetta alla mano. Il buon senso razionalista ci fa pensare, anche se non lo ammettiamo, che l’economia debba essere gestita da un economista come Monti, la sanità da un luminare della medicina e così via. La tormentata e ridicola storia del Berlusconismo con le vallette ministro e tutti gli impresentabili sembra quasi una propedeutica alla svolta tecnocratica, gli Italiani sono stati artatamente lasciati morire di fame di competenza, di compostezza e di professionalità in modo da fargli gustare Monti & Co. come la migliore delle prelibatezze. Per cui, in quest’apocalisse dei diritti e delle conquiste sociali, invece di tentare la “mini-rivoluzione” puramente di facciata degli spagnoli è più saggio rifugiarsi nella gratificazione dei consumi, aderire ad un sogno estetico invece di annegare in una prassi senza sbocco e pur sempre consustanziale al sistema. La scelta Italiana ha persino, inaspettatamente, un’adeguata copertura economica, se, infatti, ci sono le file davanti agli Applestore, le case automobilistiche vedono una flessione del 20% nelle vendite. Adesso considerato che con il costo di un iphone si copre a malapena la tassa di immatricolazione di un’auto (per non parlare del costo del bene) appare chiaro che il consumo ostentativo ha fatto una involontaria operazione interna di austerity. Per essere “vivi” oggi basta una spesa di 700-900 euro invece dei 15 mila necessari per un entry level delle auto di tendenza come la Fiat 500. Non male per un popolo descritto come stupido ed ignorante. Anche dal punto di vista della Apple le cose non sono così rosee come sembra; il motto “think different” è dimenticato per sempre, per quanto azienda leader, adesso è esposta come tutti gli altri alle fluttuazioni del mercato. In caso di forti prodotti innovativi dei competitor o eventuali scelte sbagliate, non potrà più sostenersi grazie alla setta di appassionati che nel passato hanno tenuto religiosamante in vita Apple anche a fronte di prodotti impresentabili. Persino la forza del suo marketing sembra mostrare qualche crepa, l’impressione è che le code ai negozi siano rimaste le uniche forme di promozione forte in mano all’azienda di Cupertino, quando ad occhi un po' più tecnici, le code ratificano in realtà, la cronica difficoltà di Apple nella gestione degli approvvigionamenti e nella pianificazione della produzione. La spietata conferma arriva da Wall Street, il giorno dell’apertura delle vendite dell’iphone5 il titolo in borsa è crollato nonostante i 5 milioni di pezzi venduti. Gli analisti si aspettavano delle vendite per 10 milioni di pezzi.....se solo li avessero avuti disponibili a scaffale. Per cui, per l’ultima volta forse, al cospetto delle scene isteriche, fermiamoci un attimo e ragioniamo prima di esprimere sentenze emotive e come si diceva un tempo: let’s “think different”

Saviano, Tortora e la favola del Bene che trionfa sul Male

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Mi fanno molta tenerezza i regimi autocratici di alcune parti del mondo che ricorrono ancora a vecchi armamentari propagandistici: busti e foto del leader ovunque, frasi storiche scolpite nel marmo, mi riesce difficile pensare che un Egiziano del 2011 potesse provare la benché minima emozione o potesse lasciarsi influenzare da una gigantografia di Mubarak piazzata opportunamente ad un crocevia. Più complessa la situazione nei paesi evoluti e democratici dove dalla propaganda "hardware" si è passati ad una "software" ma non per questo meno pericolosa. Ieri sera ad esempio, a reti unificate, andava in onda la buona novella del Bene che trionfa sul Male grazie ad una netta distinzione tra Buoni e Cattivi. Fazio e Saviano li conosciamo bene, hanno continuato sul loro stile ben collaudato, così come conosciamo la solita fiction italiana che candeggia e sbianca tutto. E così il povero Enzo Tortora è vittima dei cattivi camorristi che complottavano contro di lui, è vittima di qualche sparuto magistrato non proprio attento ai riscontri oggettivi ma nulla di più. Esattamente come avrebbe voluto Saviano la distinzione tra buoni e cattivi è netta, non vi sono mai aderenze ed infiltrazioni. Che ruolo ha giocato l'idolo Stato nella vicenda Tortora? Come si sono mossi i paladini della libertà che si chiamano giornalisti? La verità è nota anche a dispetto dell'edulcorazione della fiction RAI. Deve esistere ancora la possibilità di urlare ad alta voce che Enzo Tortora fu sacrificato, come in un rito propiziatorio, sull'altare della giovane legge sui pentiti che non poteva essere messa in discussione, che centinaia di riscontri a suo favore furono completamente ignorati semplicemente perché tre o quattro pentiti avevano messo insieme delle storielle che combaciavano in modo autoreferenziale tra loro e che la stampa, con rare eccezioni, era funzionale a questo gioco. Non si può dimenticare il clima colpevolista creato dai media con l'eccezione dei soliti rompiscatole Biagi e Montanelli e non può che venire un brivido a pensare cosa farebbe o direbbe Saviano oggi, se un noto presentatore televisivo, di quelli antipatici, stupidi e poco colti, venisse ammanettato nel cuore della notte e presentato come affiliato ai Casalesi grazie alle rivelazioni di un attendibile pentito, e se questo stesso si candidasse ad una carica al Parlamento Europeo poco tempo dopo. Sarebbe un anatema continuo contro l'impunità, contro la minaccia alle prerogative dello Stato, contro coloro che non possono esprimere un dubbio senza essere tacciati di connivenza con le mafie. Sarebbe il colpevole avallo, da parte di un intellettuale, al modo di pensare istintivo e ferino, che ricorda le ordalie medievali, di quelli che ai tempi di Tortora, nonostante l'evidenza, continuavano a ripetere: "Se lo hanno arrestato, qualcosa di sospetto doveva pur esserci, una persona tranquilla non la vanno certo a prendere". La forza di questa propaganda è così grande che ancora oggi, ne sono certo, c'è una minuscola percentuale che pensa a qualcosa di sporco nella vita di Tortora, magari un consumo di droga, lo screzio con uno spacciatore e la conseguente vendetta. Bisognerebbe che qualche profeta laico della cosiddetta: "Società Civile" o paladino della "Legalità" ricordasse che tutti i magistrati del caso Tortora hanno fatto delle carriere inarrestabili e di prestigio, così come è successo anni dopo con i responsabili dei fatti del G8 di Genova. Bisognerebbe discernere e valutare non solo le ricette preparate in TV dai vari VIP invitati a cucinare, ma il fatto che il modo di mostrare il "luogo carcere" nella fiction su Tortora, cioè delle stanzette linde e tranquille, ovviamente un po' spartane, dove si va e si fa amicizia con un'umanità simpatica e fuori dagli schemi, è una colossale operazione di censura che supera di gran lunga quelle adoperate dal fascismo. Potrebbe essere lo stesso Saviano, in un sussulto d'orgoglio, a denunciare queste cose in una delle sue orazioni civiche, però certo, ci rendiamo conto, il suo paradigma narrativo ne uscirebbe cambiato, complicato direi. E se un giorno decidesse di rimettersi a scrivere dovrebbe affrontare la complessità, avere Sciascia come maestro ed abbandonare la scrittura di genere...

Alcune perplessità (condivise) sulle videochiamate

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Tratto da: Infinite Jest,David Foster Wallace.



Perché le videochiamate non hanno mai avuto un grandissimo successo? Probabilmente ci sono tre ragioni principali: 


1) Venne fuori che c’era qualcosa di tremendamente stressante nelle interfacce telefoniche visuali, che in quelle solo audio stressante non era stato affatto. Gli utenti videofonici sembrarono rendersi improvvisamente conto di essere caduti in un’insidiosa ma stupenda illusione riguardo alla telefonia solo vocale. Non l’avevano mai notata prima, l’illusione – è come se fosse stata così complessa sul piano emozionale da poter essere capita solo nel contesto della sua perdita. La buona vecchia conversazione telefonica tradizionale solo audio consentiva di presumere che la persona dall’altro lato stesse prestando una attenzione completa alla telefonata, e al tempo stesso faceva sì che tu potessi distrarti quanto ti pareva....Questa illusione bilaterale di attenzione unilaterale era gratificante in maniera quasi infantile, su un piano emozionale: si giungeva a credere di poter ricevere completa attenzione di qualcuno senza ricambiare. Con l’oggettività del senno di poi questa illusione appare a-razionale, quasi letteralmente fantastica: sarebbe come pensare di mentire e al tempo stesso aver fiducia negli altri. La videotelefonia rese questa fantasia insostenibile.

2) È lo stress videofonico era anche peggiore se si era in qualunque misura vanitosi. Cioè se ci si preoccupava anche solo un po’ di come si appariva. Cioè agli altri. Quindi, non scherziamo, tutti. Alle buone vecchie telefonate auricolari si poteva rispondere senza trucco, touper, protesi chirurgiche, eccetera. Persino senza vestiti, se proprio ci andava. Ma per chi teneva all’immagine non poteva più esserci nelle chiamate videofoniche quell’informalità tipo rispondi-come-sei, e gli utenti cominciarono a considerare le videotelefonate più o meno come visite a casa, con la conseguente necessità di mettersi qualcosa addosso e attaccarsi le protesi, e dare un controllo dei capelli dello specchio dell’ingresso prima di rispondere.…


3) Ma c’è una lezione illuminante da imparare riguardo alla curva di fattibilità oltre il breve termine del progresso nella tecnologia di consumo. La carriera della videofonia ricalca perfettamente la forma tipicamente anulare di questa curva. Si parte con una specie di mostruoso avanzamento quasi fantascientifico nella tecnologia di consumo – come quello dalla telefonia auricolare a quella video – avanzamento che però porta sempre con sè svantaggi non previsti per il consumatore; poi le nicchie di mercato creato da quegli svantaggi – come la stressante e vanitosa repulsione della gente nei confronti del proprio aspetto videofonico – vengono ingegnosamente riempite grazie alla pura verve imprenditoriale; eppure gli stessi vantaggi di queste ingegnose compensazioni dello svantaggio troppo spesso sembravano andare a minare l’avanzamento tecnologico originale, dando luogo a recidivismo consumistico, chiusura della curva e massiccia perdita di camicie per gli investitori avventati. Nel caso in questione, l’evoluzione delle compensazioni di stress e vanità vide il rifiuto da parte dei videochiamanti dapprima delle loro facce, poi dei loro simulacri mascherati e migliorati, per finire con la copertura totale delle videotelecamere e la trasmissione di statici e stilizzati tableux da un TP all’altro. E dietro questi diorama applicati sulle lenti e trasmessi, i chiamanti scoprirono naturalmente di essere ancora una volta invisibili e senza stress, di poter di nuovo stare senza trucco e touper e con le occhiaie dietro i loro diorami di celebrità, di nuovo liberi – poiché di nuovo non visti – di scarabocchiare, strizzarsi foruncoli, tagliarsi le unghie, controllare le pieghe dei pantaloni – mentre sul loro schermo il volto attraente e attento della celebrità appositamente scelta sul tableaux del ricevente assicurava loro di essere l’oggetto di quella intensa attenzione che non era necessario esercitassero.



Perché pagare il canone RAI

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Maurizio Pollini


Sapete perché bisogna pagare il canone RAI anche se la TV è spesso spazzatura, pacchi e telequiz? Perché grazie al canone si finanzia e si tiene in vita (credo sia l'unico modo visto che la cultura mette in fuga gli "investitori" e gli sponsor) Radio3. La stessa Radio3 che quando il mercoledì sera, come stasera, mi trovo con nervi a pezzi perché sto girando da un ora nel quartiere Città Studi per trovare un cavolo di parcheggio mi manda in onda Maurizio Pollini che suona e spiega i preludi di Chopin e poi il "Primo" e "Secondo" di Brahms ed è allora che penso che, davvero, la vita è meno infernale di quello che appare

E se adesso fossi io a difendere i Grillini?

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Antipolitica

Ovviamente è una provocazione, nulla è più lontano dalla mia visione politica e dalla mia estetica della "cosa pubblica" quanto il populismo di Grillo, ma c'è qualcosa di fortemente ipocrita ed insopportabile nel quadro che i media forti stanno facendo di questo movimento. Quando si ha voglia di fare i buonisti allora tutti a dire che i cittadini devono impegnarsi in prima persona in politica e che occorrono movimenti che partano dal basso invece che dai vetusti partiti. Tutto questo piace e provoca unanimismo fino a quando rimane teoria, non appena un antipolitico o un non-politico di carriera irrompe sulla scena, tutti a reagire contro l'intruso che viene sottoposto a minuziosi esami di democraticità, fedeltà istituzionale, buonismo e conformismo. Se il nuovo arrivato è un po' "cattivello" apriti cielo, non può sedere alla nostra elegante tavola (e parte un bombardamento a tappeto dei mezzi di informazione). Salvo poi scoprire che la tavola imbandita ha la tovaglia piena di macchie. A questo si aggiunge l'attacco dei cultori delle buone maniere: il linguaggio è colorito, sprezzante, offensivo, non istituzionale che orrorre! Ma ci siamo forse dimenticati che non un secolo fa, ma ieri, e per quasi vent'anni l'Italia è stata governata (si GOVERNATA) da partiti che invitavano ai comizi il Nord ad imbracciare i fucili e a stanare il nemico casa per casa, che ce l'avevano duro, questo insieme ad altri partiti che facevano recapitare a casa del premio Nobel Rita Levi Montalcini delle stampelle di scherno, o quando ai comizi le si urlava "Enzo Biagi ti aspetta". Partiti che hanno governato e che ahinoi, sono stati definiti "costole della sinistra". Allora se questo è da venti anni il livello della cosiddetta politica,  se gli Italiani per venti anni si sono serenamente affidati ad uno che comprava aziende corrompendo giudici e truccando sentenze, per quale soprannaturale motivo dovremmo aspettarci un'antipolitica gestita da una reincarnazione del Mahatma Gandhi?

Micciché è il Top

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Davvero non riesco ad interpretare l'indignazione per il video "segreto" carpito a Micciché durante una conversazione riservata con alcuni suoi collaboratori. Dov'è il segreto, dove lo scandalo? Soprattutto dov'è la discontinuità con il tessuto sociale siciliano che aspira (aggiungerei giustamente) a governare? Un Palermitano della classe agiata che si vanta delle sue conoscenza altolocate intercalando enfatiche "minchia" a destra e a sinistra, con Montezemolo che lo chiama al telefono, il fratello "pezzo grosso" in banca è qualcosa che suona maledettamente "normale" dalle nostre parti. Il caro Gianfranco è uno che conosce perfettamente i linguaggi sociali di Palermo, dove bisogna strizzare un po' l'occhio alla volgarità e alla tracotanza della tradizione mafio-popolare e allo stesso tempo ammiccare, lasciare intendere, che si è parte dell'alta borghesia, che si è "per bene". E' inutile nasconderlo, essere Micciché a Palermo è il massimo a cui si possa aspirare, ogni mamma metterebbe firma e controfirma a che una figlia sposasse uno così piuttosto che un signor nessuno, e ve lo dice uno che ricorda bene la Palermo degli anni '80, dove tutti sapevano chi fosse e cosa facesse Ciancimino in teoria, ma nella vita pratica e nei linguaggi giovanili, esistevano due umanità: quella che andava alle feste dei suoi figli, paragonabile per prestigio sociale ai Guermantes della Recherche, fatta di giovani eredi di rispettati professionisti, medici, avvocati, quasi sempre con villa a Mondello e con annuali vacanze studio negli USA o in Inghilterra e poi l'umanità anonima, figlia di piccoli impiegati o commercianti, alcuni dei quali ingenuamente illusi che il riscatto dalla cultura mafiosa fosse un' elevazione, un movimento rettilineo uniforme, che portasse dall'ignoranza degli strati più bassi della popolazione fino alle cime dell'alta borghesia. Ingenui ed ignari del fatto che mentre in tutta Europa esiste ed è esistita la borghesia illuminata, da noi esisteva solo la borghesia "oscurata" o collusa. Micciché è uno dei rappresentanti più alti di quella fascia sociale, uno che negli anni 50 nasce figlio di uno dei massimi dirigenti del Banco di Sicilia non può che avere un capitale di ammirazione sociale da spendere per l'eternità. Non me ne vogliano i pochi romantici che si oppongono, o credono di opporsi a tutto ciò, il concetto dovrebbe essere chiaro, se per emergere nel gotha dell'economia europea o essere un ospite fisso al meeting di Cernobbio devi avere l'aplomb di un Monti o di un Draghi, a Palermo l'eccellenza passa dall'essere Micciché. E poi siamo sinceri,  trovatemi dieci palermitani che in modo spontaneo chiamano l'aeroporto: "Falcone e Borsellino" invece di Punta Raisi e vi offro da bere.

Dedicato agli indignati

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Ai grandi indignati di cui è piena la nazione, che non lasciano passare giorno senza lanciare strali contro la malapolitica, senza adorare il totem della società civile, io dico che la civiltà va promossa e migliorata tutta in blocco, non vale cioè la legge di Pareto, secondo cui basta agire su poche cause principali per risolvere, in un magico effetto di trascinamento, la maggior parte dei problemi. Anzi, quello che definisce la Civiltà è proprio il comportamento sui problemi a margine, su quelli dimenticati. Così ieri sera mi imbatto in una rara inchiesta televisiva sulla situazione nella carceri italiane. La parola sovraffollamento, come tutte le parole ripetute ossessivamente dai media, non trasmette più alcuna informazione, la visione, reale, di dieci detenuti in una cella, pensando che si tratta di un soggiorno di lungo periodo è, anzi dovrebbe essere, a chi come noi è abituato a scegliere la durezza del guanciale, un pugno nello stomaco. Mi si obietterà che chi sbaglia deve pagare, che la galera non può essere un hotel a cinque stelle, ma questo è pagare? La privazione delle libertà non è già compensativo a sufficienza? E qual è la riparazione verso la società danneggiata che si ottiene tenendo un emarginato in condizioni disumane. Forse un carcere non deve essere un hotel a cinque stelle, ma dove sarebbe lo scandalo se avesse il livello di una modesta pensioncina a due stelle? Anche perché poi capita (a livello statisticamente irrilevante) il riccone agli arresti domiciliari che gioca a golf nella sua villa, pur essendo soggetto alla stessa legge penale di un piccolo spacciatore marocchino. Ad un certo punto, e giuro sembrava un scherzo di pessimo gusto, in cella con altre cinque detenute c'era una nonnetta di 73 anni, che riusciva a parlare a malapena; avrà fatto una strage ho pensato, macchè, era dentro per aver emesso degli assegni falsi. Il direttore del DAP presente in studio, incalzato dal giornalista su quella abominevole immagine, ha detto candidamante: "no, una donna di quell'età non dovrebbe stare in carcere, avrebbe dovuto fare ricorso al magistrato di sorveglianza, ma probabilmente apparterrà ad una fascia sociale di tale disagio ed emarginazione da non aver avuto i mezzi culturali e materiali per presentare tale istanza". Semplicemente abominevole, ed ancora più abominevole l'indifferenza generale, ci si indigna solo per Fiorito and friends, nella realtà la Legge "funziona" di più per le classi sociali più elevate, roba da Ancien Regime. E poiché bisogna fare i garantisti anche e soprattutto con le persone odiose e che non commuovono, vi dico che neppure le foto di Cuffaro con 20 kg in meno mi riempiono di orgoglio. Non raccontatemi che gli è passata la fame o che l'aura mistica di contrizione dell'ambiente carcerario lo ha allontanato dai peccati di gola, è poco credibile. Quello che è credibile è che lo Stato, come nel medioevo, applica la legge incidendola sul corpo e sulla carne dei suoi sudditi, che non esiste alcuna induzione al ravvedimento nella pena carceraria ma solo uno spietato controllo dei corpi sacrificati come in un rituale. Ed inoltre non possiamo tutti pensare come scontato ed inevitabile, che ovunque ci sia un concentramento forzato di esseri umani, ci debba necessariamente essere un patimento dal punto di vista fisico, e questo vale allo stesso modo per gli ospedali. Abituarsi a queste barbarie, concentrarsi solo sulle nefandezze di grande impatto mediatico, erode lentamente le basi del vivere civile, ma forse è proprio questo lo scopo.

Rebus l'Aquila

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Io sono ricoverato in ospedale, per un problema cardiaco supponiamo, che mi ha seriamente messo in pericolo di vita, dopo alcuni giorni di trattamento il cardiologo responsabile del reparto decide che ci sono le condizioni per la mia dimissione. Io impaurito gli chiedo se davvero non ci sono più rischi e lui mi dice: “assolutamente nessun rischio, lei adesso è sano come un pesce, può andare a casa” Quello che il cardiologo non sa è che la ditta di manutenzione del condizionatore presente in terapia intensiva non ha installato dei filtri a norma ed io becco una rara infezione delle vie respiratorie che per mia sfortuna attacca il mio pericardio e mi fa fuori in 36 ore. I miei parenti inferociti denunciano l’ospedale ed il responsabile del reparto che ha firmato la mia dimissione, ritenuta prematura. Viene fuori che c’è anche una testimonianza sulla frase del medico: “assolutamente nessun rischio”. Il cardiologo viene indagato e messo sotto intercettazione, purtroppo per lui non è uno stinco di santo, vengono fuori amanti, storie di alcol e raccapriccianti conversazioni con i colleghi in cui si parla in maniera sprezzante dei pazienti quasi si trattasse di oggetti, con una forte tendenza al lavoro in catena di montaggio e una spinta ossessiva a fare numeri, statistiche e accorciare il più possibile i tempi di ricovero. La polizia fa irruzione nel suo studio e sequestra il suo computer, non viene trovato niente di rilevante eccetto che una serie di foto pornografiche che vengono messe agli atti, a quel punto anche i giornali cominciano ad occuparsi di lui. Il medico viene condannato in primo grado ma proclama la sua innocenza e buona fede e si dichiara sicuro di ribaltare la situazion in appello. Adesso, se non proprio uguale, questa storia è simile a quanto è successo con la sentenza dell’Aquila che ha condannato gli scienziati consulenti della commissione grandi rischi in occasione del tragico sisma abbruzzese. Le reazioni del mondo scientifico planetario sono state vigorose, prestigiose riviste hanno criticato l’Italia come paese oscurantista eppure rimane difficile capire dove stia la verità. Dal punto di vista dei giudici infatti le motivazioni non sono certo così semplicistiche come alcuni media le hanno propagandate. Gli scienziati sono stati condannati non perché non hanno previsto il terremoto, ma perché hanno simulato di poter prevedere il “non-terremoto” facendo dichiarazioni pubbliche rassicuranti. Questo sarebbe avvenuto sotto la pressione strettamente politica dei vertici della Protezione Civile, a quell’epoca il famigerato e berlusconissimo Bertolaso, ci sono anche intercettazioni che lo dimostrano. Per cui gli elementi che si affastellano portano ad una situazione assai dubbia. Da una parte la condanna per un opinione che rimane comunque probabilistica aprirebbe scenari inquietanti. Cosa farà un presentatore del meteo in caso di potenziali nubifragi? Avremo una società paralizzata da perenni allarmi fatti in forma cautelativa. Poi esiste un aspetto strettamente epistemologico: è obbligatorio che la scienza debba esprimere un parere e farlo con le forme e le regole tipiche dei mass-media, esiste un pubblico scientificamente preparato capace di discernere tra vaticinio e approssimazioni probabilistiche? Non c’è scienziato che possa affermare con certezza che un certo evento averrà o non avverrà, questo non è possibile, mai! Oppure sarà necessario specificare le fasce di probabilità ad ogni parere scientifico? Inoltre, e di questo le riviste scientifiche americane sanno poco, bisogna anche considerare una guerra strettamente politica che cerca di smantellare il modello Bertolaso (per fortuna). In un caso come questo non era più semplice e giusto un processo deontologico con licenziamento e radiazione, cosa aggiunge la pena detentiva se non l’impressione assolutamente erronea che la responsabilità dei 300 morti sia attribuibile agli esperti della commissione? I giustizialisti parlano di assunzione di responsabilità, che è ora che in Italia chi sbaglia paghi, ma possibile che nessuno, neppure per un istante, venga sfiorato dal pensiero che un terremoto di quell’intensità in Giappone o in California non avrebbe provocato neppure un ferito? Esistono delle norme edilizie che sono state sistematicamente disattese, molte case erano non a norma nonostante le certificazioni attestassero il contrario (certificazioni false), nessun piano o procedura di emergenza per un territorio notoriamente sismico, una vergogna per un paese avanzato che adesso cerchiamo di nascondere dietro la condanna di quattro pavidi docenti universitari, che sotto la pressione del loro datore di lavoro (politico) hanno ceduto ad una triste sceneggiata televisiva.

Incubi Porta a Porta

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Ieri notte un incubo pazzesco. Ho sognato di andare a mangiare una pizza con degli amici, di tornare intorno alla mezzanotte, mezzanotte e mezza forse, e di accendere la TV e mettermi a seguire Porta a Porta. In studio un salotto buono di pacati e ragionevoli intellettuali: lo storico Villari, un sedicente scrittore di nome Pennacchi, abbigliato in modo assai buffo, e il garante della pacatezza borghese per definizione; Paolo Mieli. Capite si tratta di un sogno quindi il racconto non segue un filo logico, solo alcuni flash disconnessi, insomma si parlava della bonifica dell'Agro Pontino come un New Deal Italiano, di emissari di Roosvelt venuti a studiare le grandi strategie di "quel gentiluomo Italiano", così Roosvelt avrebbe, a detta di Vespa, soprannominato, non senza ammirazione, Mussolini. Poi ad un certo punto si diceva che il duce era un ex-socialista, un socialista "tosto", quasi di estrema sinistra, che poi ad un certo punto si era confuso e si era messo con i proprietari terrieri. Lo storico diceva che la marcia su Roma era un evento completamente estraneo alla tradizione della destra e che era più un iniziativa di popolo. Lo scrittore Pennacchi portava la sua scientifica testimonianza storiografica: poiché lui era poverissimo e dopo la bonifica delle paludi Pontine la sua famiglia ebbe di che sfamarsi, ergo l'impresa fu gloriosa e il regime ne ebbe lustro. Solo Paolo Mieli ad un certo punto ha un comatoso sussulto ed all'ennesima esaltazione dice "Beh....a quest'ora della notte stiamo un po' scivolando..." ma qui si ferma per non rovinare l'amabile conversazione tra gentiluomini. E così via perle del tipo: "in fondo Mussolini all'inizio ebbe l'approvazione del parlamento"  oppure: "il suo primo governo fu di larga coalizione" , cose tecnicamente corrette ma che forse andrebbero anche viste alla luce del clima di minaccia e di terrore creato dalle squadre, ma questi sono dettagli che infastidiscono la narrazione. E poi cosa vogliamo, Fanfani non era un ex professore fascista? Il Parlamento della neonata Repubblica nata dalla Resistenza non era pieno di ex. Purtroppo da questo sogno non mi sono più svegliato, perché un sogno non era. Solo quando ho preso sonno con difficoltà per l'amarezza vissuta ho sognato la mia maestra elementare: bigotta e arretrata quanto volete, intellettualmente poverissima rispetto agli ospiti di Porta a Porta, che ci aveva semplicemente insegnato che il fascismo era una brutta cosa perché era una dittatura, perché aveva soppresso la libertà, perché utilizzava la violenza e perché ci aveva trascinati nella guerra, invece la democrazia era bella per i motivi esattamente opposti. Così ce lo insegnava, con ingenuità, senza sofismi, e forse perché così era stata indottrinata, eppure era davvero credibile.

Il vero vincitore è il "Partito degli XXXXXXX"

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Quante volte dovremo ripetere che non votare è un diritto e che laddove si vive il "non-voto" come un'onta (o come un reato) il voto vale poco? I retori parlano sempre di "pericoloso allontanamento" tra cittadini e politica, di segnale negativo. E invece è una buona notizia, significa che la politica è meno "sovrana" e più amministrativa, il cittadino, nonostante feroci polemiche in TV o nei Bar, non ha il terrore (quello vero) che un certo schieramento politico prevalga sull'altro, significa che ci sono buoni contrappesi nella nostra società per cui un'elezione, per quanto io sia il primo a viverla con furore, non è una prova di Dio. Non esiste alcuna prova che un astensionista giudichi uguali i contendenti, non si può fare l'equazione: non voto uguale lasciare decidere gli altri, perché i cittadini possono sempre far sentire la loro voce anche dopo le elezioni manifestando in maniera attiva il loro dissenso e possono fare politica nella loro quotidianità. Se alle nazionali arriveranno Renzi ed Alfano, pur avendo dentro di me un giudizio che li differenzia, posso avere il diritto di non apporre il mio avallo senza per questo essere giudicato come un incivile? Piuttosto che dare addosso agli astensionisti "lasciano gli altri decidere", perché non lottare affinché il voto dia effettivamente la facoltà di scegliere invece di ratificare patti piovuti dall'alto? Poi c'è una cosa che è davvero insopportabile; la definizione di "Partito degli astensionisti" come se fosse un insieme compatto. Negli astensionisti ci sono incivili, distratti, apolidi (volontari e non), anziani stufi e raffinati intellettuali che non credono alla democrazia borghese, attivisti del pensiero laico e razionalista che non vogliono votare per due schieramenti clericali che si fronteggiano e tutta una galassia di motivazioni imperscrutabili e rispettabilissime. Qualcuno mi spiega perché questi cittadini non avrebbero a posteriori il diritto di lamentarsi? Il diritto democratico e di cittadinanza deve essere più forte del comportamento nella singola tornata elettorale. Altrimenti ,se pensiamo che il voto ci faccia "comprare" il diritto stiamo avallando senza accorgercene il voto di scambio.

Oppure un Bluff

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C'era una volta un partito, di sinistra, che pur definendosi ancora comunista, dopo la svolta di Occhetto e conseguente scissione che fu capace, unico caso in Occidente dopo la caduta del muro di Berlino, di sfiorare il 10% dei consensi. Un partito così responsabile da allearsi con partiti moderati per formare il primo governo di centrosinistra dell'Italia repubblicana ma allo stesso tempo così irresponsabile da farlo cadere poco tempo dopo. Da una scissione all'altra siamo arrivati all'ultima, quella che ha dato vita a SEL, da una parte questa è stata causata da una brusca marcia indietro e ripiegamento nell'antagonismo dopo la fine dell'era Bertinotti da parte della corrente guidata da Paolo Ferrero. Dall'altra, questo bisogna dirlo, dalla mancata accettazione da parte di Vendola della sconfitta subita al congresso che per una manciata di voti elesse Ferrero segretario. Il nostro Nichi non ci pensò due volte ad andare via, era inaccettabile che un congresso di partito, democraticamente, ribaltasse quello che i media avevano ratificato: Vendola astro nascente e carismatico della nuova sinistra. Per dirla in modo piuttosto crudele, lui fece nella realtà quello che si teme farà Renzi in caso di sconfitta alle primarie. Ci furono poi dei successi innegabili, epocali ed entusiasmanti in Puglia, c'è stata la Milano di Pisapia e la fascinazione del personaggio era fuori discussione. Poi qualcosa andò storto, il Pdl cominciò a dissolversi, Berlusconi cacciato da Palazzo Chigi, l'incubo di poter andare al governo del Paese e di conseguenza l'implicita necessità di allearsi con qualcuno, l'imbarazzante e spiazzante governo Monti: duro più della giunta di Pinochet ma un balsamo dopo l'orrore berlusconiano. Da lì mi sembra che il nostro grande narratore sia andato un po' in difficoltà. Voler rimanere puri per non farsi scavalcare da Grillo (ma è stato già ampiamente scavalcato) e per ragioni di coscienza politica è leggittimo, ma bisogna dirlo che non si concorre per governare ma per essere un testimone di un'idea purtroppo minoritaria. E così con Grillo no perché è populista, con Bersani no perché sostiene il governo del banchiere Monti, Renzi è amico di Marchionne, Di Pietro è un giustizialista e, dulcis in fundo, con l'UDC mai perché è cuffariano. Il risultato delle elezioni siciliane è chiaro, senza una rete di alleanze non superano la soglia di sbarramento e l'incidente della residenza di Fava è stata una provvidenziale foglia di fico dietro cui coprire una totale mancanza di prospettiva. Non amo l'idea di un'alleanza con l'UDC ma forse bisognerebbe essere più realisti, questo è l'elettorato a disposizione, fare i duri e puri della sinistra in Italia è come presentarsi con un partito laicista alle elezioni in Arabia Saudita. E' vero Cuffaro e Lombardo sono il fondo del barile, ma se per avere Pisapia a Milano invece che Matteo Salvini o Calderoli devo pagare il prezzo di avere Tabacci (UDC) in giunta forse può valere la pena di correre il rischio di sporcarsi le mani, se poi va male pazienza, almeno si è fatto un tentativo

Il Movimento a 5 G

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E' vero, la battuta, scomunica di Grillo verso una rappresentante del suo partito rea di aver infranto il divieto di andare in TV, è stata brutale e sessista, degna del peggior Berlusconi. Fanno bene i commentatori ad evidenziare che a parità di situazione, la battuta che investe una donna ha quasi sempre una connotazione di natura sessuale. Detto questo,  messa da parte l'indignazione col pilota automatico, bisogna immediatamente chiedersi per quale miracolo di autocensura un uomo non dovrebbe pensare (i più sprovveduti oltre che pensare, dicono) secondo questo cliché. Quale evento biologico o sociale dovrebbe ad un certo punto purgare lo spirito maschile da un modello educativo che è machista al 100%. E questo vale anche per gli strati sociali che avrebbero le potenzialità per essere più illuminati, anzi, a volte sono i peggiori. Come può un ragazzo sfuggire al destino sessista se sottrarsi al gioco di certe battute significa l'emarginazione già dagli 8 anni in poi. Per cui bene a contestare Grillo, ma poi subito dopo, una bella campagna contro i giocattoli rosa, in genere cucine, aspirapolveri e lavatrici.

La nazione che dorme

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A volte, in alcuni momenti di sconforto, lo ammetto, sono preso dalla tentazione di adagiarmi sulle definizioni sprezzanti che da molti agiati esponenti della odierna tecnocrazia sono arrivate verso i giovani italiani: Bamboccioni, Sfigati, Choosy. Non posso farlo, non è giusto ed è abbastanza patetico, non sono più un giovane e, fino ad ora (non ci sono garanzie per il futuro) sono stato piuttosto fortunato. Non posso però tenere nascosti alcuni pensieri tutte le volte che i media pressano sul declino dell'Italia e i politici propongono ricette più o meno ragionevoli, quasi tutte di tipo economico senza alcuna considerazione del substrato culturale su cui questi provvedimenti dovrebbero innestarsi. Vado all'estero spesso per lavoro, per un periodo ho anche lavorato e vissuto fuori dai confini nazionali, per cui riesco a fare dei confronti. Possiamo discutere sulla validità quasi metafisica che tutti attribuiscono alla crescita economica come autostrada per la felicità (io personalmente non ci credo), ma supponiamo che questo sia l'assunto, per quale ragione non dovremmo soccombere rispetto agli altri concorrenti? Non voglio tediare con le solite fredde statistiche sulla percentuale di laureati (tra le più basse del mondo occidentale), sul livello culturale medio (tra i più bassi del mondo occidentale), sulla lunghezza media delle carriere universitarie (tra le più lunghe del mondo occidentale), ma andare direttamente ad alcune osservazioni empiriche fatte in giro. Prendere un treno od un aereo vi offre sempre il medesimo spettacolo, ritardi, confusione, discussioni, negoziazioni sul posto assegnato. Mentre in tutto il mondo un passeggero che ha il posto contrassegnato dalla lettera A e dal numero 5 trova il posto A5 e si siede, in Italia questo non è sempre vero, o perché sbagli tu, oppure perché ha sbagliato un altro e trovi il posto occupato oppure perché tentenni qualche minuto perché vuoi essere veramente sicuro che il posto A5 che vedi sulla poltrona e che è stampato sul tuo biglietto sia veramente quello giusto. Così, quando in treno i simboli WC sono su tutti e due i lati rossi, c'è sempre qualcuno che si alza e prova a vedere se la porta si apre comunque. C'è quasi una repulsione verso il mondo che si ordina e si struttura secondo strutture logiche e simboliche. Il tutto costantemente annaffiato da un profluvio di superflue ed urlate conversazioni al cellulare: possibile che gli stranieri non provino il desiderio di attaccarsi al cellulare e dichiarare solennemente importanti verità quali : "Mamma, l'aereo è atterrato adesso ed io sono ancora sull'aereo", "ci vediamo fuori dopo che avrò preso i bagagli" oppure, "Il treno si sta muovendo dalla stazione di Roma, no non sono in ritardo". Stesso discorso sui luoghi di lavoro, dove metà del tempo e delle energie vanno via in conversazioni che servono a creare "atmosfera" ma che lasciano sfuggire via la sostanza pratica delle cose. Siete seduti con qualcuno alla scrivania, state tentando di fare un ragionamento per risolvere un problema, sarete interrotti svariate volte da quel qualcuno che afferrerà la cornetta del telefono e dirà: possiamo chiedere a tizio, questo dovrebbe saperlo caio, così il ragionamento vola via e l'abitudine mentale a risolvere i problemi lascia il posto all'ossequio verso un'autorità esterna, un deus ex-machina. Desolante, e qui torno al discorso giovani, è fare un giro nelle nostre città il sabato o la domenica mattina sul presto, un deserto. Mentre in tutto il mondo i ragazzi sono desti e pronti a praticare qualche sport, coltivare un hobby da noi, molto spesso, ogni casa che si rispetti contiene uno o due ragazzi che dormono fino alle 12,00 - 13,00 stanchi per l'uscita serale del giorno prima. Verso le 13,00 13,30 li vedi spuntare in pigiama, con la faccia gonfia ed annoiata, quasi depressa, si assestano sul loro trono per il pranzone domenicale, digeriscono pigri fino alle 18,00 seguendo il calcio in TV, e all'imbrunire hanno un sussulto, prendono le chiavi del motorino o della macchina di papà e ricominciano il ciclo delle uscite. I genitori invece restano a casa, guardano quei programmi domenicali contenitore, dove magari fanno qualche bella canzone di una volta; Mia Martini ad esempio, quella che fu espulsa da tutte le TV ed i teatri, perché secondo molti rappresentanti del popolo che oggi dovrebbe competere con gli agguerriti laureati di Taiwan, portava incontrovertibilmente "sfiga".

In ricordo della mia cresima

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Circa cinque anni fa di questi tempi, mi trovavo nella Basilica di San Vincenzo in Prato a Milano, fascinosamente nota, nell’800, come Casa del Mago. Sconsacrata da Napoleone fu venduta a privati cittadini che la trasformarono in un laboratorio di prodotti chimici, la presenza di fumi e di complessi alambicchi suggerì quel nome surreale. Mi trovavo lì a ricevere il sacramento della cresima come propedeutica al matrimonio religioso, accettato come una tranquilla scelta di “Realpolitik”. Sono il primo ad essere sorpreso dal sorgere di questo ricordo in forma di evocazione piacevole di un pomeriggio “diverso”. E non sto scrivendo una parabola di redenzione o una storia edificante, no nessuna folgorazione sulla via di Damasco ma la constatazione di quanto sia diventato raro e quindi esotico l’impiego del tempo nella partecipazione ad un rituale, l’idea di aver fatto qualcosa, o in modo più prosaico, ottenuto qualcosa, senza l’inesorabile concatenazione di atti razionali, di scelte logiche, di prassi e ragionamenti. La potenza ed il fascino del rituale sta anche in una parziale e balsamica fuoriuscita, seppur momentanea, dall’individualità. Esiste o non esiste la divinità? Forse non è più neppure il nocciolo della questione, esiste il bisogno ancestrale ed irredimibile di un “Ente”, di una iper-realtà, di un interazione svincolata dalle tristi leggi fisica del raffreddamanto perenne ed inesorabile. Un uomo con un vestito appariscente nella penombra che ti unge la testa d’olio e ti dice che stai confermando qualcosa, tu che vieni “eletto” senza quella usuale tensione che è la violenza sublimata di ogni approccio meccanicistico alla realtà. E’ l’eterno ritorno dell’illusione della fiaba che ascoltavamo da bambini, quelle sensazioni che mi fanno mancare mia nonna, l’ultima a raccontare storie di spiriti di un vecchio mondo con ancora godibili scorci non-Newtoniani che non tornerà mai più, o la stessa magia di un un ingorgo infernale che si dissolve in un brivido quando dalla radio si sprigionano le prime parole di Streets of Philadelphia di Springsteen: “I was bruised and battered and I couldnt tell/ What I felt/ I was unrecognizable to myself /I saw my reflection in a window I didn't know /My own face...”

Il mio incredibile e potenziale capitombolo politico

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Ho votato Vendola al primo turno delle primarie, con entusiasmo e trasporto. Per la prima volta ho messo da parte tristi calcoli sul voto utile e ho espresso il mio voto per affinità culturale e per priorità di valori, per convinzioni profonde lasciandomi dietro le spalle il realismo che spesso opacizza la passione politica. Nonostante ritenessi impossibile una sua vittoria ho deciso di votare il coraggio di chi riesce ancora ad andare in TV e dire che la legge Biagi è una “schifezza” o di chi non teme di perdere voti nel dire che gli stranieri vanno accolti ed integrati, di chi riesce a fare tutto questo con convinzione e trasporto, non utilizzando vecchie formule stereotipate. Adesso la tavola periodica degli elementi della politica mi vorrebbe per logica elettore dello stimato Bersani al secondo turno; Vendola è più a sinistra di tutti, Bersani è più a sinistra di Renzi allora voterò Bersani. Eppure, ammetto in tutta onestà di essere veramente in crisi. Oggi si sentono molti commentatori dire che non è scontato che i voti dei vendoliani passino direttamente a Bersani, ma mi sembrano formule scaramantiche, atte a non cantare vittoria in maniera troppo sfrontata. Il punto vero, e che mi mette in difficoltà, è che continuiamo a definire il nostro orientamento di voto in relazione alla percentuale di “sinistrosità” nel nostro candidato. Ecco che Renzi sarebbe il male assoluto perché ha delle posizioni liberiste (esplicite e trasparenti) e perché, come si dice, è “mediatico”. Eppure dalla parte di Bersani non vedo tutta questa effervescenza di sinistra che si vuole far credere. Anzi, per la verità si vede fortissimo lo spettro di un Monti bis, o di un ruolo chiave per lui all’interno di un eventuale governo Bersani puntellato dall’UDC, e quando questo quadro si realizzerà gli uomini della svolta a sinistra della direzione del PD, come Fassina, verranno emarginati senza scrupoli. La riflessione di questa settimana sarà capire se è peggio un governo Renzi-Ichino od un ammucchiata ancora dominata dai tecnocrati, piena di vincoli e di veti, ancora una volta incagliata in questioni di un secolo fa, come ad esempio il ruolo dei cattolici nella politica. E’ pure difficile perdonare la totale cecità rispetto alla rapidità dei cambiamenti, buoni o cattivi, che comunque avvengono; Grillo rappresentante dell’antipolitica è stimato fino al 21%, cioè 12, 13 punti in più rispetto ai campioni assoluti dell’ant-sistema della Lega Nord dei tempi d’oro, non è neppure detto che ci sia tutto questo spazio per la chimera UDC, la torta di voti da spartirsi si è ridotta. Sentir dire ancora nel 2012 che Renzi è una “bolla mediatica” mi fa tremare i polsi, mi rimanda a quell’amarezza mai sopita del ’94 quando, con spocchia, si dava del “piazzista” e del “tele-venditore” a Berlusconi un attimo prima di consegnargli le chiavi del consenso. Mi chiedo quale leader della modernità non sia per definizione una “bolla mediatica”, tre settimane fa tutti ad esaltare il format Obama, oggi a ripescare leadership ieratiche da Unione Sovietica dei vecchi tempi. Letta, Bindi, Fioroni, Marini (già Marini dell’epoca fordista) a minimizzare la forza di Renzi e a dire minacciosi: “Ci sarà un congresso, ci sono delle regole, ci sono degli equilibri interni e delle esperienze politiche da rispettare” Politichese per dire semplicemente: “qui i parvenue della politica non sono ammessi”. Oppure in maniera più esplicita: “le candidature non le facciamo mica fare al ragazzetto”, il ragazzetto, caro Franco Marini, che ha raccolto più consensi di tutti quelli che hai preso tu in 50 anni di carriera politica. Davvero certi dirigenti non capiscono su che bomba ad orologeria sono seduti, se un tempo, ai tempi di Moretti di Piazza Navona, cercare di filtrare e riaggiustare con manovre d’apparato le decisioni della base era imprudente, adesso è praticamente un suicidio, nessuno è più tanto ingenuo da farsi ingannare. Io, lo ammetto,  sono tentato di votare per Renzi, posso essere accusato di alto tradimento della sinistra e di prostituzione al liberismo becero e privo di contenuti morali, da un blocco di oligarchi che ha affossato decine di leggi sui diritti civili? Che ha sempre visto le tornate elettorali come il male estremo tanto da consegnare il paese, dopo la caduta di Berlusconi, ad una spietata giunta tecnocratica? Sentir dire che Renzi attirerebbe i voti di gente di destra già delle primarie, significa che le primarie sono truccate o che ci sarà un leader capace di rubare, per la prima volta, voti dall’altra parte? I partiti di tutto il mondo farebbero carte false per un’opportunità del genere. Adesso gli scenari possibili sono due: vittoria di Bersani ma con ampio riconoscimento del ruolo di Renzi, inclusa rottamazione di certi personaggi, oppure clamorosa vittoria di Renzi senza successive congiure di palazzo, scissioni o editti. Tutto il resto, avrebbe un solo ed unico significato: la consegna della chiavi di Palazzo Chigi a Beppe Grillo, come è giusto che sia.

L'antipolitico ossessionato dalla politica

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Matteo Renzi è davvero paradossale, per quanto abbia dei tratti assolutamente positivi dal punto di vista strettamente linguistico e comunicativo, mi sembra prigioniero di una contraddizione irrisolvibile. Da una parte ammicca all’antipolitica con argomenti forti ( e di moda) come l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti o tramite la martellante critica bipartisan a tutto ciò che è stato e che lui ritiene vecchio, dall’altra sembra totalmente ossessionato dalla “politica” in quanto tale. Non c’è analisi e ragionamento che lui non porti immediatamente sul piano della critica alla classe politica attribuendo di fatto una sorta di onnipotenza e di pervasività al potere, escludendo che la politica sia contigua e purtroppo spesso correlata alla cittadinanza. Per usare un brutto termine egli è un “politicista”così come nella peggiore anima della vecchia Democrazia Cristiana, è vero come dice qualcuno, non cerca alleanze col centro perché non vede il centro come altro da se, il tatticismo è nel suo DNA. La sua forza è la capacità di utilizzare un linguaggio, che non profumi di istituzioni o di apparati pubblici e che somiglia di più alle sintesi e alle semplificazioni aziendaliste, deve essere chiaro questa non è ne una colpa ne una “bolla mediatica” come dicono i conservatori. Questo spiegherebbe facilmente il successo al Nord ed il relativo fiasco al Sud, non ho quindi più dubbi, Renzi è un vero conservatore con pochissime idee sul futuro ed una totale visione volta al passato, non si è sentita una vera proposta nei vari dibattiti ma solo il mantra del “abbiamo sbagliato, non abbiamo fatto le cose che la sinistra avrebbe dovuto fare” . Mi auguro che perda, ma che non perda male perché necessariamente va ascoltato, un contributo alla rimodulazione linguistica del messaggio  politico lo può dare, ma solo quello, nulla di più!



La Mummia che tutti amano

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Probabilmente pecco di pessimismo ma il ritorno della mummia mi sposta su tonalità apocalittiche perché in realtà, a parte gli avversari storici o se volete "antropologici" e il disgustoso e servile entusiasmo dei suoi fedelissimi, vedo un substrato comune e diffuso di stima e di identificazione o quanto meno di dissociazione "non-belliggerante" da parte della maggioranza della popolazione. Del resto dopo l'ultimo eterno ritorno molti, invece di avere un moto civile di rivolta per l'irresponsabilità patologica del Caimano, si sono affrettati lagnarsi della "politica" che li costringe a scegliere tra due vecchi: Berlusconi e Bersani, come se fossero uguali. Non c'è nulla da fare, ho paura che l'Italia abbia avuto nella sua storia due soli autentici momenti di identificazione: il Fascismo e la parabola di Milano2 del Milan stellare di Sacchi, della TV delle televendite e di Tinì Cansino. Con la differenza che il Fascismo ebbe il suo Gran Consiglio, qui invece, al primo cenno di ritorno del padrone sono state polverizzate le primarie ed i presunti rifondatori del Pdl  sono scattati sull'attenti sbattendo i tacchi. In momenti come questi penso addirittura che Berlusconi abbia fatto solo due grandi errori: una non accorta e non sobria gestione del look con osceni riporti da cumenda ed inquietanti tinture che gli ha inimicato le signore per bene della borghesia vagamente snob ma di lunga carriera democristiana e socialista e l'endorsment a Fini nella sua corsa a sindaco di Roma nel 93 che spinse altri signori per bene nell'antiberlusconismo per via della pregiudiziale antifascista. Senza queste due mosse inutili e avventate probabilmente avrebbe viaggiato su un consenso del 70% della popolazione. Incrociamo le dita, tutto può succedere.

Santo Relativismo

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Vi ricorderete la strage nella scuola di Sandy Hook di Newtown negli USA di poche settimane fa, l’orrore e lo sgomento per le numerose vittime innocenti, vi ricorderete le reazioni ovvie e scontate del buon senso dei cittadini comuni, soprattutto europei, sulle assurde leggi permissive riguardo alle armi. Lo stesso Obama cavalcando l’emotività affermava solenne: “è il momento di limitare l’uso delle armi e di varare norme più restrittive”. Forse in pochi ricordano la reazione sincera ed emotivamente partecipata di alcuni industriali delle armi che commossi dissero: “se solo le maestre avessero avuto una pistola...”. Sottolineo, senza malafede l’espressione “reazione sincera ed emotivamente partecipata” perchè è del relativismo che voglio parlare. Bisogna utilizzare e fare tesoro di questo nonsense che la cronaca nera ci ha offerto per capire in modo radicale  e definitivo cosa è l’opinione, cosa è il punto di vista di ogni essere umano. Noi ragioniamo ne più ne meno che in questa maniera, e solo l’accettazione di questo relativismo ci può rendere felici. Spendere la propria vita e gran parte delle proprie energie a dirimere questioni presunte oggettive, ma ancorate saldamente al proprio punto di vista, è un crimine innanzitutto verso se stessi. Quando sento qualcuno dire che ha uno spiccato senso della giustizia o che è un tipo “preciso” mi vengono i brividi, quando vedo intere personalità ed esistenze costruite come un sacerdozio della religione del proprio punto di vista, provo tenera compassione. Di oggettivo forse ci sono i primordiali 10 comandamenti e non è detto che servano ancora tutti. Pensateci bene, meditate: “se solo le maestre avessero avuto una pistola...

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